Se potessimo essere la poca favilla di un fuoco che divampi in mani migliori delle nostre, che cosa potremmo augurarci di meglio che sparire?

Antonietta Giacomelli (1857–1949)
Introduzione: «Un’Avventura Speciale»
Copertina del libro Un'Avventura Speciale, dipinta da Gianni Turella: un giglio scout tra rami e corde
La copertina del libro, dipinta da Gianni Turella di Isera

«Raccontare un’avventura non è cosa facile. I ricordi sono sparsi nel tempo, custoditi nei cuori delle persone; i fatti si ingarbugliano con le emozioni; le date non trovano più il loro giusto posto. Il coraggio, sostenuto da forti convinzioni, viene esaltato oltremodo e la paura è appena accennata. Ogni impresa è contornata da un alone quasi fantastico, che le dona il sapore di leggenda. Tutto ciò in realtà non ci dispiace.

Nel raccontare 75 anni di scautismo cattolico a Rovereto, abbiamo cercato di essere fedeli alla storia senza però scordare il piacere del racconto e l’importanza delle emozioni. Lo scautismo ci ha insegnato ad essere pronti all’avventura, a buttare il cuore oltre l’ostacolo e a trovare il coraggio di servire e di impegnarci per un mondo migliore. Ci siamo sentiti parte del nostro territorio e della nostra Chiesa e, nello stesso tempo, uniti agli scout di tutto il mondo.

Dedichiamo questa raccolta a tutti coloro che hanno incontrato, sulla loro strada, lo scautismo; vi affidiamo i racconti del passato perché possiate trovare in essi la motivazione e l’entusiasmo per il vostro impegno nel “lasciare un mondo migliore”.»
La Comunità Capi del Gruppo AGESCI Rovereto 1 (1998)

I testi sono tratti dal libro Un’Avventura Speciale – 75 anni di scautismo cattolico a Rovereto, a cura di Enrica Rigotti, Litografia Stella Edizioni, 1998. La copertina del libro è stata dipinta dal pittore Gianni Turella di Isera.

Dal 1923 al fascismo

Il 10 aprile 1923, per iniziativa degli animatori del Circolo Benedetto XV dell’Oratorio Rosmini, prende il via anche a Rovereto l’esperienza dello scautismo cattolico, presente in Italia dal 1916. Nella pagina di diario ritrovato, unico documento del tempo, si legge:

Diario del Riparto Espl. S. Sebastiano di Rovereto dal giorno 10 aprile 1923

La Presidenza del C.G.B. XV, vista l’opportunità di decidere la fondazione di un riparto ASCI e il vantaggio che ne trarrebbero il circolo e i soci che vi si iscriveranno, nella sua seduta plenaria del giorno 10 aprile 1923, d’accordo con la locale autorità ecclesiastica, incarica, essendo prossime le vacanze estive, il segretario del Circolo, Silvio Bracchetti, di organizzare il nuovo Riparto, conferendogli la carica di Istruttore. Questi, coadiuvato dal M. Rev. Assist. Eccl. Don Pietro Menotti e dal Cassiere del Circolo, Germano Veronesi, prese tutte le informazioni necessarie, e col giorno 24 giugno incominciò ad accettare le prime domande di ammissione.

1ª Lezione: in questo giorno l’istruttore impartisce in sede di Rip. (3 luglio 1923, nel palazzo del ricreatorio Rosmini) la prima lezione (tema: generalità sull’ASCI; promessa; alcuni principali ordini e fischi). Sono presenti: don Pietro Menotti, Silvio Bracchetti istruttore, Germano Veronesi designato aiuto-istruttore, Degasa Romano, Micheli Elio e Ugo, Veronesi Giuseppe e Mario, Malesardi Diego, Piva Mario.

Con la legge del 3 aprile ’26 veniva ufficialmente fondata l’Istituzione nazionale Balilla per l’assistenza e l’educazione fisica e morale della gioventù e, nel 1927, il regime fascista ordinò la chiusura di tutte le associazioni giovanili. Il CNGEI e l’UNGEI (associazioni scout maschile e femminile non cattoliche) si sciolsero il 7 aprile del ’27. L’ASCI poté continuare la sua attività più a lungo poiché la legge inizialmente non riguardava i gruppi cattolici. Ma nel 1928 anche il riparto ASCI venne chiuso.

Antonietta Giacomelli, che nel dopoguerra fonderà il Gruppo AGI a Rovereto, era al tempo direttrice della rivista nazionale delle esploratrici “Sii Preparata”. Di fronte all’ordine di scioglimento dei gruppi scout, scrisse una breve lettera-commiato in cui diceva:

«Se, avvezze alla disciplina, dovremo con fiero dolore ripiegare e riporre le nostre bandiere, esse rimarranno, fulgide sempre, dinanzi agli occhi nostri. Se non potrete più vestire la vostra austera divisa, la serberete quale cara e ammonitrice reliquia della vostra giovinezza. E se le maggiori fra voi, prossime a diventare Fide [le scout più vecchie], non potranno più fare in comune la Promessa che vi consacra “degne custodi del focolare e della Patria”, nessun divieto umano potrà togliervi di farla, come le Scolte, dinanzi a Dio e al tricolore d’Italia.

Così nessuno potrà toglierci di rimanere unite in un vincolo di amore, di ricordi e di speranze, di fede incrollabile, né di tornare insieme, almeno in ispirito, nei luoghi del sacrificio cruento; né di curare le tombe dei Caduti e cantare l’inno inobliabile del Soldato Ignoto; né mai, alla voce della Patria che chiama, ci potrà essere tolto di rispondere: Presente!»

da A.A. Micheli, Una Paladina del Bene – Antonietta Giacomelli 1857–1949, Accademia degli Agiati di Rovereto, Arti Grafiche Manfrini, Rovereto 1954

L’esperienza scout rimase comunque viva nei cuori di chi l’aveva vissuta. In molte regioni si formò un movimento scout clandestino: le Aquile Randagie. A Rovereto non abbiamo traccia di quest’esperienza, ma lo scautismo fu pronto a ripartire nell’immediato dopoguerra.

Dal 1945 al 1955

Alla fine della seconda guerra mondiale, la città di Rovereto si presentava semidistrutta dai bombardamenti. La maggior parte della popolazione maschile era lontana per motivi militari o perché prigioniera. Molti erano i bambini e i ragazzi orfani e molte le donne vedove; spesso mancava l’indispensabile per una vita dignitosa. I principali fulcri di aggregazione, a Rovereto come altrove, erano rappresentati dalle parrocchie, in particolare da quelle di S. Marco e S. Maria, che, con l’aiuto di tutti, cercavano di riorganizzare la vita sia provvedendo ai bisogni minimi materiali (cibo, un tetto per dormire…), sia occupandosi del rientro di prigionieri e soldati. Iniziava una lenta ricostruzione basata sulla buona volontà di ciascuno e sulla solidarietà. Tra i giovani c’era voglia di democrazia, nascevano le prime associazioni ideologiche e i primi gruppi. Era necessario creare dei legami tra le persone e contribuire, ciascuno con le proprie forze, alla costruzione del futuro.

A.S.C.I.

Nel 1944 a Rovereto, pur perdurando la guerra, già si riparlava di scautismo nel contesto di tutti i fermenti socio-culturali e di libertà che andavano maturando a livello di associazione spontanea o di gruppo. Nel 1945, a liberazione appena avvenuta, già in aprile veniva rifondato e ricostituito il reparto ASCI di Rovereto, denominato “Rovereto 1° – S. Marco” perché faceva capo organizzativamente alla struttura parrocchiale, Oratorio compreso. In poco tempo si studiò e ci si aggiornò sul metodo di Baden-Powell, si presero orientamenti e istruzioni dai vecchi dell’Associazione provinciale, già attiva a Trento e, fatta la debita propaganda fra le famiglie, vennero aperte le iscrizioni fra maggio e giugno.

Il problema divise venne superato con relativa facilità, trovando sulla piazza il necessario tessuto color kaki in pezze di rustica tela da tende militari; qualche cappellone venne scovato fra il materiale costumistico depositato nel teatro dell’Oratorio Rosmini. Attrezzi da campo, tende ed altro si rimediarono fra i resti di equipaggiamenti militari esistenti in zona, mentre le organizzazioni LAI e UNRRA (aiuti internazionali) venivano in soccorso per i viveri ed il vettovagliamento, alquanto scarsi vigendo ancora un duro regime di austerità e razionamento. Il reparto “Rovereto 1° – S. Marco” fu presentato ufficialmente in pubblico il 5 agosto 1945 durante una festa presso il teatro dell’Oratorio Rosmini. I ragazzi vivevano con interesse l’avventura nuova del “grande gioco”, in ciò anche favoriti dalla assoluta mancanza di svaghi e possibilità economiche, essendo in massima parte appartenenti a famiglie modeste o povere.

A.G.I.

Era finita da poco la guerra e Rovereto viveva un clima di rinascita sia economica, con una notevole espansione dell’industria soprattutto manifatturiera, sia politica, sia sociale. Io ero alla ricerca di qualcosa che mi potesse far crescere interiormente; a scuola (frequentavo allora la prima avviamento professionale) sentii parlare di una certa Antonietta Giacomelli che cercava ragazze disponibili a dedicarsi agli altri, per formare le esploratrici cattoliche (le guide). Con tre amiche andai a visitarla all’Asilo Rosmini dove risiedeva, aspettandomi di vedere una giovane signorina; in realtà era una piccola vecchietta piena d’amore e di entusiasmo che in breve ci affascinò con le molteplici idee e iniziative. (…) Non si pose mai a livello superiore nei nostri confronti, anzi, per consentire una maggiore fraternità, volle che la chiamassimo “nonna”.

Era alla ricerca di ragazze con principi sani, cristiani e patriottici. In breve passammo da uno sparuto gruppo di tre persone ad un gruppo di dodici-quindici ragazze che si riunivano una volta in settimana presso l’Asilo Rosmini, nostra prima sede. Il nostro reparto era intitolato a San Tarcisio – Rovereto 1°. Negli anni dal 1946 al 1954 eravamo circa 30 guide dai 12 ai 20 anni, divise in quattro squadriglie.

dal racconto di Edi Tomio

La “nonna”

Antonietta Giacomelli, chiamata familiarmente “nonna”, ebbe un ruolo fondamentale nello scautismo roveretano. Infatti fu lei a promuovere lo scautismo femminile, dapprima creando il reparto di esploratrici, poi quello delle guide (esploratrici cattoliche). Nacque nel 1857 a Treviso. (…) Di larghe vedute e convinta dell’importanza dell’educazione, verso la fine del secolo iniziò a pubblicare parecchi libri a sfondo morale (…) che divennero una guida per le giovani del tempo. Continuò senza interruzione la sua attività di scrittrice, pubblicando anche articoli su riviste nazionali. Nei suoi scritti traspariva tutta l’intensità della sua fede cristiana ed il suo desiderio di formare una società di persone solide. Si impegnò anche per combattere la tratta delle negre e per porre fine alla piaga dell’alcolismo.

Venuta a conoscenza dello scautismo, si diede da fare per promuovere anche le sezioni femminili. Nel 1920 pubblicò, sul giornale trentino “La nuova libertà”, un articolo illustrativo e subito dopo (marzo 1920) diede vita alla Sezione di Rovereto delle Giovani Esploratrici (…). Fu lei a cambiare il nome delle giovani esploratrici con quello di “Volontarie” e ad aggiungere al motto “Sii preparata” quello di “servire”. Dal ’24 al ’27 diresse la rivista “Sii preparata” (…). Con l’avvento del fascismo obbedì all’ordine di scioglimento di tutti i gruppi giovanili. (…) Tornata a Rovereto nel ’45 e venuta a conoscenza che il Papa aveva approvato e incoraggiato l’istituzione di una Federazione Italiana Guide ed Esploratrici (FIGE, composta da AGI e CNGEI), si adoperò per fondare lo scautismo femminile cattolico, aprendo il primo gruppo AGI in città. Nel ’46, ai piedi della Campana dei Caduti, alla presenza di don Rossaro, avvenne la Promessa delle prime Guide. Il 10 dicembre ’49, all’età di 92 anni, Antonietta Giacomelli morì.

L’attività delle Guide a Rovereto cominciò all’inizio del ’46. Ma, per problemi burocratici e per la lentezza delle comunicazioni, la registrazione del gruppo presso il commissariato di Roma avvenne solo nel ’48. Tuttavia la presidente dell’AGI, nel rispetto di quanto accaduto, autorizzò la registrazione retrodatata.

Dal 1955 al 1965

Negli anni seguenti al dopoguerra, di pari passo con la ripresa e la normalizzazione della vita quotidiana, aumentava nei giovani la voglia di esperienze di gruppo. Le realtà giovanili della città trovavano spazio e proposte negli oratori parrocchiali di S. Marco (oratorio Rosmini, maschile, e oratorio Beata Giovanna, femminile) e nei due oratori di S. Maria. In quel periodo l’Azione Cattolica attirava il maggior numero di ragazzi e di giovani.

A.S.C.I.

Alle riunioni vi era sempre molto entusiasmo e la partecipazione era buona. Erano ancora presenti difficoltà economiche, perciò non si poteva gravare sulle famiglie per l’acquisto di divise e materiale scoutistico per i campi. L’attività di autofinanziamento era quindi basilare per continuare a fare scautismo. Verso la fine degli anni cinquanta, con l’avvento del cinema, per il reparto S. Marco 1° un’attività molto redditizia fu la vendita delle caramelle nell’atrio del cinema Rosmini durante la proiezione dei film; questo permise introiti costanti e cospicui.

Il gruppo, numericamente composto da un reparto di quattro squadriglie e da due sestiglie di lupetti, continuava ad essere molto presente nella vita cittadina ed in particolare nella parrocchia di S. Marco; solitamente partecipava in uniforme completa alle processioni cittadine del Corpus Domini e del 5 agosto. La cerimonia della Promessa veniva fatta sempre il giorno di S. Stefano; era tradizione invitare i genitori ed offrire cioccolata calda a tutti. Un’altra attività tradizionale era la sistemazione, prima della ricorrenza dei morti, delle tombe abbandonate, che erano numerosissime. Nel ’57 alcuni esploratori (…) parteciparono al Jamboree in Inghilterra.

dal racconto di Giuliano Venturini e Giorgio Sighele

A.G.I.

L’associazione scout AGI, con sede alla Beata Giovanna, rappresentava la prima possibilità di inserimento in un gruppo organizzato gestito da laici e quindi più aperto a tutti. Il gruppo nei primi anni cinquanta era formato da due squadriglie e da una sestiglia di coccinelle (circa venti ragazze in tutto). Nel 1957 si formò un’altra squadriglia e si costituì il primo Fuoco di scolte; le scolte allora erano quasi tutte in servizio con le unità.

Oltre alle riunioni di reparto, che si tenevano la domenica mattina, c’erano quelle di squadriglia durante la settimana; venivano effettuate pure molte uscite nei fine settimana. Fino agli anni ’60 il campo estivo delle guide era sempre organizzato a livello regionale, perché le unità erano poco numerose e la spesa sarebbe risultata eccessiva. Contrariamente agli esploratori non esistevano attività di autofinanziamento, per cui alle famiglie non si poteva chiedere più di una divisa e di una quota per il campo estivo. Per il materiale da campo e le tende si doveva dipendere dagli esploratori che (in cambio di un affitto) prestavano ciò che serviva. (…) Dopo gli anni cinquanta vennero istituiti, a livello nazionale, i primi campi di formazione per capi (campi scuola) e di specializzazione. Dopo gli anni sessanta l’associazione aumentò numericamente fino ad arrivare a sei squadriglie in reparto e più di venti coccinelle, tanto che la sede della Beata Giovanna risultò troppo piccola e si rese necessario il trasferimento in piazza S. Marco, dove il nuovo parroco offrì uno spazio idoneo. Il reparto continuava ad aumentare: alla fine di questo decennio c’erano otto squadriglie. (…)

Dal 1965 al 1975

Questo decennio fu caratterizzato dalla rivoluzione giovanile, studentesca ed operaia. Fu un periodo caldo, appassionante, decisivo, segnato da grandi sconvolgimenti, da speranze ma anche da delusioni. I giovani volevano essere “i protagonisti dei tempi nuovi”: autogestione era la parola d’ordine. Ogni settimana in città (nel ’67–’68 soprattutto) c’era una manifestazione pubblica di studenti o di operai al grido di “fantasia al potere… libertà per il Vietnam”. In questo clima di contestazione del passato e di ricerca di nuovi equilibri maturò anche una nuova consapevolezza del ruolo della donna nella società e nella Chiesa.

A.S.C.I.

Gli scout vissero pienamente lo spirito rivoluzionario del Sessantotto. Alcuni capisquadriglia si trovarono spesso in testa ai cortei con fischietti e tamburi di latta. L’autogestione arrivò nei campi scuola. Ciò che era vecchio andava buttato: la legge scout è vecchia, ne facciamo una nuova, nostra; il metodo è vecchio, ne inventiamo noi un altro; il “Libro della giungla” è vecchio, via con altri racconti più moderni. Rivoluzione sociale, rivoluzione del metodo scout, rivoluzione nella realtà del gruppo: “misto”, e fu subito scandalo. Il mondo giovanile era diventato un vulcano; per capire questi cambiamenti esplosivi i capi ASCI e AGI passarono serate assieme in lunghe discussioni e confronti: era il germe di quella che verrà chiamata poi “Comunità Capi”.

Si iniziò qualche attività in comune (campi invernali, campi estivi) ma le sedi rimasero separate: una a destra ed una a sinistra di S. Marco. Gli spazi negli oratori di S. Marco e della Beata Giovanna vennero limitati, mentre il gruppo, in mezzo allo sfaldarsi delle altre realtà giovanili, prese sempre più consistenza: ne è prova il fatto che, mentre nel ’69 erano presenti una sestiglia di lupetti e pochi esploratori, nel ’75 il gruppo aveva già la fisionomia branco–reparto–clan. Si puntò sul clan, chiudendo per un periodo il branco, per usare le forze dei capi nella fascia alta d’età, evitando di “bruciare” i capisquadriglia uscenti facendoli diventare subito aiuto-capi. Fu una mossa vincente. (…)

A.G.I.

In questo periodo di cambiamento, segnato appunto da una nuova e maggior consapevolezza del ruolo e della presenza femminile nella società e nella Chiesa, le scolte e le capo dell’AGI iniziarono una riflessione estesa a livello nazionale, che portò ad indicare come principi fondamentali dello scautismo l’autoeducazione, l’interdipendenza fra pensiero e azione, l’educazione socio-politica. (…) Anche il gruppo partecipò a questi intensi e “vivaci” momenti di confronto ed iniziò a sperimentare le nuove proposte del metodo. In questo ampio dibattito si fece strada in modo sempre più chiaro l’importanza della proposta di coeducazione e si aprì un confronto metodologico ed educativo con l’ASCI. Iniziarono così alcuni momenti di attività di gruppo o fra unità parallele, ma soprattutto fra i capi: la comunità capi divenne mista. Il 4 maggio ’74 il Consiglio Generale approvò la fusione delle due associazioni fra timori e speranze: l’AGI timorosa di essere “inglobata” nell’ASCI numericamente superiore; l’ASCI timorosa di perdere i cardini di una metodologia ancora ben strutturata. (…)

dal racconto di Laura Marzadro e Angela Tamanini
Dal 1975 al 1985

Questo decennio risentì ancora dell’inquietudine degli ultimi anni del precedente, ma fra i giovani iniziò a farsi strada la disillusione rispetto agli ideali del ’68. Il benessere era ormai imperante e a Rovereto, nel mondo giovanile, emerse il fenomeno droga: molto poco si sapeva dell’effetto di queste sostanze, e molti giovani tra i 14 e i 18 anni vi rimasero coinvolti.

A.G.E.S.C.I.

L’AGESCI era nei suoi primi anni di vita; a livello nazionale si stava sperimentando un metodo che riuscisse a trarre il meglio dalle due associazioni, AGI e ASCI, basandosi sulla coeducazione. A Rovereto le unità maschili e femminili rimasero inizialmente divise, seppur con qualche attività in comune a livello di reparti. Il clan era misto, così come la comunità capi. In seguito agli avvenimenti tumultuosi degli anni precedenti non c’era stato un ricambio di capi; molti avevano lasciato il loro servizio e non erano stati sostituiti dai più giovani. Come conseguenza la comunità capi venne decimata e si dovettero chiudere il branco e il cerchio per un paio d’anni.

In questo periodo risultò preziosa e fondamentale la presenza e la collaborazione degli assistenti religiosi, don Renato Valorzi per il reparto e per il clan e padre Pietro Gianola per i lupetti, che con la loro carica umana riuscirono veramente a sostenere la comunità capi ed il gruppo. Furono gli anni dei “Campi scuola”, che non diventarono più l’eccezione ma la regola. (…) Alla fine del decennio il gruppo risultava composto da un branco/cerchio (molto numeroso), due reparti misti, un noviziato, un clan.

testimonianza di Grazia Merlo
Dal 1985 al 1997

Nei primi anni di questo decennio i giovani vivevano ancora la fase del disimpegno e del disinteresse sociale e politico. Il disastro di Černobyl’, nel 1986, rimise in discussione le scelte energetiche europee, ravvivando la coscienza “ecologista”, l’attenzione ed il rispetto per la natura. Verso la fine degli anni ottanta accaddero eventi di grande speranza (simboleggiati dalla caduta del muro di Berlino), ma iniziarono anche i segni di nuove guerre che avrebbero coinvolto paesi lontani e vicini, come la ex Jugoslavia.

In questo ultimo decennio l’AGESCI ha raggiunto ormai una metodologia consolidata e il gruppo è in continua crescita. Nel 1986 nasce il gruppo Rovereto 2 Ovest, a Borgo Sacco, che nel ’92 unisce le sue forze al Rovereto 1° dando origine ad un unico gruppo con due branchi e due reparti, un noviziato ed un clan. Nel 1988 una guida partecipa al Jamboree in Australia; nel 1989 i reparti partecipano al campo regionale degli Alisei (Lavarone), dove il clan presta servizio presso un sottocampo.

In questi anni si sente forte il problema dei capi e quello delle sedi. In questo periodo comunque si fa sempre più attenzione alla storia nazionale e mondiale: la situazione della ex Jugoslavia e dell’Albania impegna il gruppo in molteplici attività. Nel ’92 la chiusura dell’attività si svolge a Strigno, dove sono ospitati profughi bosniaci; nel ’94 alcuni capi partecipano all’operazione Gabbiano Azzurro, organizzata a livello nazionale in aiuto alle persone colpite dalla guerra, ed altri al Volo d’Aquila, in aiuto dell’Albania; il gruppo raccoglie materiale per l’orfanotrofio di Valona e in estate il clan anima un campo profughi a Lubiana.

testimonianza di Enrica Rigotti e Sandro Aita

Di sede in sede

Baden-Powell definiva la sede di reparto come “un luogo che veramente i ragazzi sentono come proprio, anche se si tratta solo di una soffitta o di una cantina; un posto dove essi possono recarsi, se necessario, ogni sera, e trovare lavoro e divertimenti interessanti, molte e svariate attività ed un’atmosfera limpida e gioiosa”. Se però nel ’65 l’inaugurazione della nuova sede era un evento speciale, onorato dalla presenza del Vescovo, oggi lo scautismo roveretano deve fare i conti con una situazione ben diversa: ristrutturazioni o diversa destinazione dei locali impongono agli scout un continuo peregrinare da un locale all’altro (…). Attualmente il gruppo si ritrova presso l’oratorio Rosmini, l’oratorio di Borgo Sacco, la parte vecchia della Beata Giovanna e la stazione delle corriere.

Il 1998: settantacinque anni

Rileggendo questi 75 anni si può ben vedere come il gruppo sia stato presente nel tempo, come sia intrecciato con le esperienze di chi ne ha fatto parte, come abbia vissuto i cambiamenti della società restando sempre attento al percorso educativo dei giovani, come abbia vissuto crisi e cadute, ma anche balzi e “resurrezioni”. Ci troviamo davanti ancora ad un gruppo vitale che, arricchito da tutti coloro che ne hanno fatto parte, sa guardare al futuro con gli occhi di un bambino.

I bambini portano in sé il futuro, quel filo fragile e sottile che viene spesso caricato di tante speranze. Ma un filo da solo si rompe facilmente; attorcigliato ad altri invece può formare un trefolo. Le grosse funi, quelle che resistono a grandi trazioni, sono composte da tanti trefoli, a volte appariscenti, a volte nascosti, che in egual modo si spartiscono il peso da portare. Settantacinque anni di scautismo sono come un trefolo che si è snodato nella vita della città, collegando bambini, giovani ed adulti in una grande avventura; un trefolo che si è attorcigliato ad altri per formare l’unica grossa fune in grado di reggere un futuro a misura d’uomo: l’educazione.

Il 10 aprile ’98 coincideva con il venerdì santo e quindi i grandi festeggiamenti sono stati rinviati a giugno. Il gruppo si è comunque ritrovato all’oratorio Rosmini, dove tutti gli scout hanno acceso una fiamma per ricordare alla città la loro storia. In maggio il gruppo ha organizzato tre incontri pubblici sui temi dell’educazione e del volontariato (“Volontari nella giungla legislativa”, “Associazioni giovanili a confronto”, “La politica per i giovani”). Poi è giunto il momento della festa: la mostra fotografica a Palazzo Balista, il fuoco di bivacco di sabato 6 giugno e, la domenica, l’alzabandiera, le “Botteghe delle Specialità” dei reparti, la Messa in S. Marco, il pranzo preparato dal MASCI di Mori, una caccia al tesoro aperta a tutti i bambini della città, resa ancor più avventurosa da un acquazzone, e l’ammainabandiera.

Oggi noi raccogliamo una grande responsabilità, uno zaino pesante, che contiene le speranze, le gioie, le sconfitte, le tante e tante avventure vissute in questi decenni da centinaia di ragazzi e ragazze. Ma questa grande responsabilità è per tutti noi anche una sfida che ci invita ad essere veri testimoni dei valori scout anche per la società di oggi e di domani. (…) La nostra è quindi una cerimonia di ricordo, di memoria, che ci apre al mondo ed alla storia, quella passata ma soprattutto quella che abbiamo davanti, che attende anche il nostro piccolo ma importante impegno perché, come ci ha invitato a fare B.-P. nel suo ultimo messaggio, lasciamo un mondo migliore di come lo abbiamo trovato.

dal discorso del Capogruppo Sandro Aita, 10 aprile 1998
Gli anni 2000

In questi anni sono successe molte cose, ma quella che ha colpito più da vicino il nostro gruppo è stata la fusione dei due branchi e dei due reparti nel 2000. La causa è stata la mancanza di capi sufficienti a coprire quattro unità: il branco Fiore Rosso ed il branco Wontolla hanno unito le forze formando il nuovo branco “Rupe Bianca”, mentre i reparti Colorado ed Excalibur si sono uniti nel reparto Ghibli. Gli inizi sono stati un po’ difficili, perché i numeri delle unità erano veramente elevati e la richiesta esterna molto forte. Con il 2002 tutte le unità del gruppo hanno ricominciato ad accogliere nuovi ragazzi desiderosi di incamminarsi sulla pista, sul sentiero e sulla strada.

Il problema delle sedi è rimasto: solo il reparto Ghibli è ospitato in maniera definitiva presso l’oratorio di Borgo Sacco; il branco ha dovuto lasciare la sala nell’interrato dell’Oratorio Rosmini per la ristrutturazione, e la comunità R/S e la comunità capi hanno avuto lo sfratto dai due locali sopra la vecchia stazione delle corriere. Scriveva Enrica Rigotti:

Viene quasi spontaneo chiedersi se in questa città rimessa a nuovo ci sarà ancora posto per un’attività vecchia come lo scautismo. Ma lo spirito della strada, appreso in clan, che insegna a piantare la tenda alla sera e a ripiegarla al mattino, ci sorreggerà in questa insolita route da una sede all’altra…

Il gruppo, nonostante tutto, ha continuato la sua attività con gioia e perseveranza, soprattutto da quando, nel 2004, molti dei ragazzi del clan Patchwork hanno deciso di continuare la loro avventura impegnandosi per diventare capi educatori ed entrando in Comunità Capi: una ventata di aria fresca e nuove forze nelle staff di Branco e di Reparto. Dal 2004 è nata anche una nuova risorsa per il gruppo: il G.S.L., Gruppo di Supporto Logistico, formato da persone volenterose (ex capi, genitori, amici e simpatizzanti) che affiancano le branche nelle mansioni logistiche e organizzative.

Il gruppo sul web

Negli anni 2000 l’avventura del gruppo è arrivata anche su internet. Nel 2005 è nato il primo sito del Rovereto 1, e nel 2009 è stato sostituito da un nuovo sito: notizie delle uscite, racconti di campi e route, foto, il calendario delle attività, perfino il forum del clan. Lo abbiamo conservato così com’era: per fare un tuffo nel passato, visita il vecchio sito.

La home page del primo sito del Gruppo scout Rovereto 1, del 2005
La home page del primo sito del gruppo, nel 2005
2023: cent’anni

Il 16 aprile 2023 abbiamo festeggiato insieme il primo secolo di scautismo cattolico roveretano. Il 6 maggio 2023 la trasmissione Pietre Vive di Telepace Trento ha dedicato al nostro centenario il servizio «100 anni e ancora 100! Un secolo di scoutismo a Rovereto»: guardalo qui.

Fino al 1998: a cura di Enrica Rigotti, dal libro Un’Avventura Speciale. Gli anni 2000 riprendono le pagine della storia del vecchio sito del gruppo.